lunedì 6 aprile 2020

Lunedì Santo

Pregare ascoltando la Parola di Dio

Invocazione allo spirito Santo



Dio nostro, Padre della luce, tu hai inviato nel mondo tuo Figlio,
Parola fatta carne per mostrarti a noi uomini.
Invia ora il tuo Spirito Santo su di me,
affinché possa incontrare Gesù Cristo in questa Parola che viene da te,
affinché lo conosca più intensamente e conoscendolo lo ami più intensamente
pervenendo così alla beatitudine del Regno. Amen.


Prima lettura: Isaia 42,1-7
1Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
2Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
3non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.
Proclamerà il diritto con fermezza;
4non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
5Così dice il Signore Dio
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
6«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e stabilito
come alleanza del popolo e luce delle nazioni,
7perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

In questi santi giorni la figura del Servo di YHWH si leva silente e maestosa davanti a noi, per introdurci nel mistero pasquale: la sua elezione, missione e sofferenza sono profezia della sorte di Cristo. Dio stesso presenta il suo Servo. Egli lo ha eletto per una missione difficile e d’importanza capitale, per questo lo sostiene. Consacrato con lo spirito profetico, il servo estenderà a tutte le genti il «diritto», cioè la conoscenza pratica dei giudizi di Dio (v. 1). A questo carattere “giudiziario” si intona l’immagine dei vv. 2s. in cui la missione del Servo è descritta sulla falsariga di quella dell’«araldo del gran Re». Nella prassi babilonese costui era incaricato di proclamare sulle piazze della città i decreti di condanna a morte. Se al termine del suo giro nessun testimone era sorto in difesa del condannato, egli spezzava la canna e spegneva la lampada di cui era munito, per indicare che la condanna ormai era irrevocabile.

Ora il Servo dell’unico vero Re, Dio, non spezza la canna. Portatore del suo giudizio, egli non viene a condannare ma a salvare. Con la forza della mitezza e la fermezza della verità egli persevererà nel suo compito: le regioni più remote, i lontani da Dio attendono la torah, l’insegnamento che egli viene a portare (v. 4). In Cristo la figura diventa realtà. Cristo è insieme Servo sofferente e vero liberatore dell’umanità dal carcere del peccato, eletto e inviato a operare la salvezza. Egli è la luce venuta nel mondo a illuminare tutte le genti. È il mediatore della nuova ed eterna alleanza (vv. 6s.), sancita nel suo corpo donato e nel suo sangue sparso.

Salmo (dal Sal.26)
Il Signore è mia luce e mia salvezza.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Quando mi assalgono i malvagi
per divorarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.

Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me si scatena una guerra,
anche allora ho fiducia.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.


Vangelo: Giovanni 12,1-11

1Sei giorni prima della pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. 4Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5«Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
7Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
9Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, 11perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

«Sei giorni prima della pasqua»: l’abituale precisione di Giovanni ci consente oggi di rivivere puntualmente, nella liturgia, la grazia degli ultimi eventi che prepararono la pasqua del Signore. La cena di Betania prelude l’Ultima cena. Nella mentalità del tempo, il pasto, particolarmente quello consumato insieme, riveste un carattere sacro, perché indica comunione di vita e di rendimento di grazie per la stessa vita. Tale aspetto, in questa cena, si approfondisce ulteriormente per la presenza di Lazzaro «risuscitato dai morti», del quale si aggiunge che era uno di coloro che «giacevano» con Gesù (secondo l’uso di prendere il pasto semisdraiati): forte accostamento di vita e di morte, presagio di comunione di destino... Tuttavia è la figura di Maria a emergere in primo piano, con il suo silenzioso gesto di amore adorante, senza calcolo e senza misura. Il profumo che essa riversa sui piedi di Gesù è davvero assai prezioso: trecento denari corrispondono al salario di dieci mesi di lavoro di un bracciante. E tutta la casa - annota l’evangelista evocando il Cantico (1,12) - si impregna di quella fragranza. È un particolare che ci mostra in Maria l’immagine della Chiesa-Sposa amorevolmente unita al sacrificio di Cristo-Sposo. Alla dedizione piena, che non conosce limite del dono, si contrappone la squallida grettezza dell’Iscariota (vv. 4-6).

Senza mezze tinte Giovanni ci presenta due compagni nella sequela del Signore, Maria e Giuda: l’amore ha dilatato il cuore dell’una, la meschinità ha irrimediabilmente chiuso quello dell’altro.


Meditare

Alla cena di Betania siamo invitati anche noi, per stare con Gesù in quell’atmosfera calda di affetto e di amicizia, carica di presagi e di interrogativi. Sostiamo in quella casa ospitale per tirare le fila della nostra sequela di Gesù: un cammino di salvezza, dalla morte alla vita, come accadde a Lazzaro, o di premurosa sollecitudine che diviene quotidiano servizio al Maestro e ai suoi, come per Marta. Un cammino di amore adorante che dilata giorno dopo giorno il cuore, oppure di riserve, resistenze e calcoli sempre più meschini che finiscono per soffocarci nella grettezza: Maria e Giuda, entrambi discepoli del Signore, ci vengono posti davanti come esempi-limite.

Stare con Gesù, dunque, ascoltare la sua Parola, condividere l’esistenza con lui non è ancora ciò che decide della nostra mèta e soprattutto dei passi per raggiungerla. Decisivo è riconoscere e accogliere l’amore che egli dona, l’Amore che egli è. Giuda non lo ha accolto, perciò condanna lo “spreco” di Maria, e fa i suoi conti con il pretesto dei poveri... Maria ha fatto di quell’amore la sua vita; il centro di gravità che l’attira fuori di se stessa, senza calcoli, senza ragionamenti; con intuizione esattissima e luminosa ha colto l’essenziale: il Povero è Gesù, che tutto dona.

Ella non può, dunque, aspettare ancora e vuole imitare, nel simbolo di un gesto, il suo Maestro: riversa su quei piedi che le hanno aperto la via a una pienezza insperata d’amore - nel tempo e, lo crede, nell’eternità - il nardo preziosissimo tenuto a lungo in serbo, immagine di una vita totalmente versata nella carità. «E tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento».


Signore Gesù, Figlio di Dio, venuto nel mondo per essere l’uomo più familiare della nostra casa, vieni questa sera e ogni sera a consumare presso di noi la cena degli amici. Fa’ di ciascuno di noi la tua Betania profumata di nardo, dove gli intimi segreti del tuo cuore trovino la via silenziosa del nostro cuore, affinché possiamo vivere con te l’ora suprema dell’amore e dirti con un gesto di pura adorazione quanto ci sia caro - poiché tu stesso l’hai fatto per noi - vivere la tua vita e morire la tua morte. Amen.

Contemplare

Meditavo sulla morte del Figlio di Dio che si è fatto uomo e mi sforzavo di scacciar via dalla mente ogni altro pensiero per avere l’anima tutta raccolta nella passione e nella morte del Figlio di Dio. E mentre me ne stavo così, all’improvviso udii una voce che mi disse: «Non ti ho amato per scherzo». Questa parola mi colpì come una ferita di dolore e subito gli occhi della mia anima si aprirono e compresi come erano vere quelle parole e vidi quanto aveva fatto il Figlio di Dio per manifestarmi il suo amore. Dall’altra parte vedevo che in me c’era tutto il contrario, poiché non lo amavo che per scherzo e con poca verità. E questa costatazione mi era divenuta una pena mortale, così intollerabile che mi pareva di morire. Poi mi furono dette altre parole che aumentarono ancora di più il mio dolore [...].

Mentre ripensavo a quelle sue parole, egli aggiunse: «Sono più intimo all’anima tua di quanto la tua stessa anima non lo sia a se stessa». Ma ciò accresceva il mio dolore poiché non potevo non riconoscere che io me ne ero rimasta lontana da lui. Tali parole suscitarono in me il desiderio di non voler sentire, né vedere, né parlare di cosa alcuna nella quale potesse esserci offesa a Dio. Ed è questo che Dio richiede in modo speciale ai suoi figli: poiché sono stati chiamati da lui ed eletti a vederlo, sentirlo e parlargli, esige che si guardino da tutte quelle cose che sono contrarie a ciò (Angela da Foligno, L’esperienza di Dio amore, Roma 1973,279-281, passim).


Ripeti spesso e vivi oggi la Parola:

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?
(dal salmo 26)

Oppure:

«Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi» (Ef 5,2).


Per la lettura spirituale

L’unguento che Maria spande è il simbolo della comunione nuziale con Gesù espresso dalla comunità cristiana. Celebriamo la chiamata delle nostre comunità cristiane, rappresentate da Maria di Betania, alla comunione totale con Gesù, datore di vita. È lui che trasforma quello che sarebbe dovuto essere il banchetto funebre in memoria di Lazzaro in un banchetto di gioia. È lui che tramuta il fetore insopportabile di un morto «quadriduano» nel profumo che inonda la casa di letizia. È lui che protesta contro tutti i Giuda della terra, i quali considerano sprecato l’unguento prezioso della intimità con Dio e oppongono i poveri al Signore. È lui che rifiuta la “praticità” di tutti coloro che preferiscono l’efficienza del denaro a ogni estasi d’amore, e riducono malinconicamente in valuta monetaria anche ciò che non ha prezzo. È lui, insomma, che dobbiamo ricercare nella preghiera d’abbandono, nell’esperienza contemplativa e nella consuetudine di vita.

Il Signore ci preservi dall’errore di Giuda il quale, insensibile al profumo del nardo, avverte solo il tintinnare dei soldi, e, invece che percepire la lucentezza dell’olio, si lascia sedurre dallo scintillio dell’argento. Qual è questo profumo d’unguento di cui dobbiamo riempire la casa, e qual è questo buon profumo di Cristo che dobbiamo diffondere nel mondo? Il profumo che deve riempire la casa è la comunione. Naturalmente, come quello comprato da Maria di Betania, l’olio della comunione ha un prezzo carissimo. E noi dobbiamo pagarlo, senza sconti, con tanta preghiera, anche perché non è un prodotto commerciale in vendita nelle nostre profumerie, né è frutto dei nostri sforzi titanici. È un dono di Dio che dobbiamo implorare senza stancarci. Ma l’otterremo, ne sono certo; e il suo profumo riempirà tutta la nostra Chiesa (A. Bello, Lessico di comunione, Terlizzi 1991,69-75, passim).


Prima di chiudere la Bibbia, infine, prendi un proposito concreto da praticare, che ti aiuti nella tua vita cristiana a crescere, e poi concludi il tuo incontro con la parola di Dio con una preghiera.

Padre buono, tu che sei la sorgente dell’amore, ti ringrazio del dono che mi hai fatto di Gesù, Parola viva e nutrimento della mia vita spirituale.

Rendimi operatore della Parola del tuo Figlio che ho letto e accolto in me, perché sappia confrontarla con la mia vita.

Concedimi, con la forza dello Spirito Santo, di trasformarla nel quotidiano perché possa trovare la mia felicità nel praticarla ed essere, tra i fratelli e le sorelle con cui vivo, un segno vivo e un testimone autentico del tuo vangelo di salvezza.
Te lo chiedo per Cristo nostro Signore. Amen.

sabato 4 aprile 2020

Entriamo nella Settimana Santa
Celebriamola con fede


Carissimi, siamo alle porte della Settimana Santa. E' il cuore dell'Anno liturgico e sappiamo come ci è chiesto di viverla. Ci è chiesta pazienza, umiltà e fede. Dobbiamo rinunciare a tanti aspetti che abitualmente segnavano la celebrazione del mistero pasquale. Ci è chiesto di viverla con il cuore più intensamente, in casa, ma con il cuore rivolto a Dio, al suo amore, ai fratelli.

Con il cuore rivolto a Dio, perché siamo davvero lontani dal Lui e dobbiamo ritornare a Lui per trovare Luce per la nostra vita, senso e sostegno nel travaglio di queste settimane.

Con il cuore rivolto ai fratelli, soprattutto chi soffre in un letto di ospedale, alle famiglie addolorate per non poter essere vicino ai loro cari nella sofferenza, perché siamo preservati dal rischio di essere contagiati e di contagiare. Per questo affrontiamo questi sacrifici e lo facciamo per amore. Tutto diventerà più sopportabile e meritevole.

Con queste disposizioni entriamo nella celebrazione del Mistero pasquale.


Si è liberi di seguire le tante proposte che sulla rete si moltiplicano e rischiano di disorientarci se non abbiamo una linea maestra.


Come parroco vi invito a questo: la liturgia ci è maestra. Seguiamola.

In questi giorni prendiamo le letture del giorno. Se riusciamo a leggerle in famiglia, magari distribuendole nella giornata, a mattino, a mezzogiorno, la sera, tanto meglio. Altrimenti personalmente.

La Domenica delle Palme, al mattino seguite la s. Messa alla televisione.
Privilegerei le celebrazioni del nostro Vescovo.
Alla sera leggete la Passione secondo Matteo e poi pregate con una preghiera a Gesù Crocifisso.

Vi invito poi a recitare il s. Rosario, magari aiutati da tante possibilità sui media.

Giorno per giorno troverete su questo blog quanto è necessario per la preghiera quotidiana.
Vi invito inoltre a seguire le celebrazioni del nostro Vescovo, di cui vi do il calendario.



Ricordo che ogni giorno viene celebrata la s. Messa per tutta la Comunità e la sera viene impartita la benedizione eucaristica per tutti.
Apriamo il cuore allo Spirito Santo. Lui infonderà in noi la grazia di salvezza racchiusa in questi giorni santi.

Di seguito alcuni link utili:

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/

https://www.youtube.com/watch?v=6BrwrSkcjcs

https://www.facebook.com/lavocedelpopolobrescia/videos/1283638468510744/

mercoledì 1 aprile 2020

Carissimi, si è appena concluso il mese di marzo. Segnati dalla situazione di questa pandemia, vorrei condividere con voi il dolore per i defunti di questo mese: 63 parrocchiani, diversi morti per il covid 19, altri per cause non sempre definite. I defunti quasi tutti anziani. Una generazione, la più vulnerabile, che ci lascia e ci consegna un'eredità che dobbiamo custodire e valorizzare.
Il dolore per la scomparsa di questi fratelli e sorelle si unisce al dolore delle famiglie. Molti hanno potuto salutare i propri cari mentre partivano per l'ospedale, senza più poterli vedere ne sentire. Solo il pianto silenzioso in famiglia e attorno alla bara prima della tumulazione. Dolore su dolore. Alcune famiglie hanno vissuto due o anche tre lutti.
Ho potuto, grazie a Dio, sentire tutti i familiari e pregare con loro, piangendo con loro. Ho trovato grande dignità e compostezza. Ho sentito forte l'aggrapparsi alla preghiera e questo mi ha consolato. Per ognuno dei defunti è stata celebrata una s. Messa, in attesa di poterla vivere di nuovo insieme quando la situazione si farà meno stringente.
So che anche voi avete pregato e accompagnato questi fratelli nel dolore. Anche il suono quasi ininterrotto delle campane ci ha chiamato alla preghiera per i fratelli defunti. Questa preghiera ci aiuta e ci aiuta molto. Continuiamo a farlo rinnovando la nostra fede nella certezza della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. E' quanto ci apprestiamo a celebrare nella Pasqua ormai prossima. Disponiamoci, per quanto potremo, a viverla con autenticità e raccoglimento interiore. La tristezza troverà consolazione nell'opera redentrice di Cristo e si trasformerà nella gioia di essere custoditi dall'Amore del Signore, da cui invoco la benedizione su ciascuno di voi. d. Roberto.


Agnese Duina ved. Gritta 96

Anacleto Lunelli 73

Angela Orsini ved. Penocchio 83

Anna Maria Arrigoni 90

Anna Maria Ottelli in Zuccolo 72

Antonietta Savalli ved. Campana 98

Barbarina Battaglia ved. Maestri 90

Bruno Savalli 87

Clorinda Baresi 85

Egidio Bonaldo 80

Elisabetta Morbini ved. Cipriani 88

Emma Scartapacchi 77

Etele Pettinato 44

Franca Bevilacqua in Benini 82

Franca Cosio ved. Gilberti 83

Franca Tedoldi ved. Priante 77

Francesco Amadio 86

Francesco Marpicati 73

Franco Luna 79

Franco Treccani 82

Giacomo Ghitti 94

Giacomo Sommese 86

Giorgio Tognazzi 57

Giovanni Bonini 81

Giovanni Manenti 81

Giovanni Pellegrini  81

Giulia Mereghetti ved. Luna 81

Giulio Bonomi 77

Giuseppe Ferri 63

Giuseppe Tagliabue 88

Graziella Mondini in Bonini 89

Lina Critelli 91

Lorenzo Coccoli 74

Luigi Dancelli 93

Luigia Lussignoli ved. Nascimbeni 90

Maddalena Quaranta 86

Manzini Ennio 79

Marco Brioni 57

Maria Luigia Bertocchi 75

Maria Rosa Lancini 80

Maria Treccani

Mario Corbellini 80

Mario Nardi 81

Marisa Tortelli Manzini 77

Natale Bassi 60

Neris Giambroni 68

Pasquale Cresseri 82

Patrizio Cassani 54

Pietro Peli 91

Renata Badinelli ved. Moretti 86

Renzo Zilioli 66.

Roberto Leonardi 79

Rodolfo Tellaroli 85

Rosalia Carrara ved. Bodini73

Rosina Catterina Aloisi ved. Obesalini 96

Sandro Benini 77

Sergio Scotti 60

Severo Manzini 81

Simona Bonardi in Magli 50

Teresa Treccani ved. Bresciani 95

Umberto Bonazzoli 77

Umberto Tomasoni 82



lunedì 30 marzo 2020

domenica 29 marzo 2020

Alcune riflessioni condivise in questa V Domenica di Quaresima

Carissimi, viviamo la V Domenica di Quaresima. Il Papa, rifacendosi al Vangelo di oggi, ha definito questa la 'Domenica del Pianto'. Sentiamo quanto è forte la pressione in queste settimane di dolore, di sofferenza, di morte. Siamo segnati da tante limitazioni e cominciamo forse a sentire il peso della solitudine.
Piangiamo! sì, ma con il pianto di Gesù.
Il Vangelo di oggi è molto bello e vi invito a meditarlo aiutati dal commento che trovate su

https://insiemepregare.blogspot.com/

Il Pianto di Gesù mi pare abbia due valenze.
Quella evidenziata dal Vangelo odierno è il pianto per la morte che grava sull'umanità, per l'incapacità dell'uomo a vincere la morte e lo smarrimento per la sofferenza e la morte dei propri cari, i propri fratelli (non solo quelli di sangue).
La seconda valenza richiama il pianto di Gesù su Gerusalemme che non ha saputo riconoscere l'ora in cui è stata visitata dal salvatore, da Gesù, salvezza di Dio: non ha riconosciuto e non ha voluto accogliere. E' il pianto per il rifiuto, da parte dell'uomo, della Verità e di Gesù che è rivelazione della Verità, è la Verita.
Ma Gesù non si arrende. Per sanare questa sventura in cui l'uomo si trova (è questo il vero peccato) egli porterà fino in fondo la sua missione, fino alla morte e alla morte di croce.
Il pianto di Gesù, pianto di compassione per l'umanità ferita e morente, lo indurrà ad abbracciare ancora più decisamente la croce. Per amore.

Anche ora, in questi giorni Gesù piange per noi e con noi; e ci salva!
Offriamo a Lui il nostro pianto. Uniamo le fatiche e le sofferenze di questo periodo a Lui. Egli le farà diventare strumento di salvezza per noi e per i nostri fratelli.
La preghiera occupi più tempo nelle nostre giornate. Ci aiuterà a vivere bene le prossime due settimane, che si prospettano diverse da come le abbiamo abitualmente vissute, ma saranno sicuramente ricolme di consolazione, di luce e di salvezza.

Io prego con voi e per voi. Con tanto affetto. d. Roberto.





venerdì 27 marzo 2020

Quinta domenica di Quaresima
Il sepolcro: un grembo, non più una tomba

«Quando gli dèi formarono l’umanità, attribuirono la morte all’umanità e trattennero la vita nelle loro mani». Sono le parole che - nella celebre epopea mesopotamica - la taverniera Siduri rivolge a Gilgamesh che è alla disperata ricerca dell’albero della vita. Sconsolato l’eroe capisce che deve rassegnarsi: morire è partire per il «Paese senza ritorno».

Tenebra, silenzio, oblio avvolgono la dimora dei morti anche secondo la concezione ebraica. È difficile trovare nell’Antico Testamento qualche accenno all’immortalità dell’anima e alla risurrezione dei morti e, certamente, quei pochi testi non sono stati scritti prima del II secolo a.C.

Giobbe affermava: «Per l’albero c’è speranza se viene tagliato, ancora ributta, al sentore dell’acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta. L’uomo invece, se muore, giace inerte. Potranno sparire le acque del mare e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi, ma l’uomo che giace più non s’alzerà, finché durano i cieli non si sveglierà, né più si desterà dal suo sonno» (Gb 14,7-12). Questo sconforto sfociava in un’elegia sulla bocca del salmista: «Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa. Distogli il tuo sguardo, che io respiri, prima che me ne vada e più non sia» (Sal 39,6-7.14).

Così gli spiriti più illuminati dell’antichità esprimevano il loro sconcerto, la loro angoscia, il loro smarrimento di fronte alla caducità della vita. La Bibbia ci ha conservato il ricordo del loro disorientamento e delle loro inquietudini per ricordarci quanto erano dense le tenebre della tomba, prima che sul mondo risplendesse la luce della Pasqua.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: «Quando attraverserò la valle oscura, non temerò alcun male, perché tu, Signore della vita, sei con me».


Prima lettura (Ez 37,12-14)

Così dice il Signore Dio: 12«Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele.
13Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.
14Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Fra gli israeliti deportati a Babilonia nel 597 a.C. c’è anche un sacerdote, Ezechiele, destinato a diventare il profeta del popolo in esilio. «Il cinque del decimo mese dell’anno decimosecondo della deportazione», arriva ansimante da lui un fuggiasco da Gerusalemme e gli dice: la città è caduta (Ez 33,21). Quattro mesi prima i soldati di Nabucodònosor l’avevano presa e data alle fiamme, catturando un nuovo gruppo di prigionieri, più numeroso del precedente, destinato a ingrossare le file di quello che già si trovava in Mesopotamia. Ezechiele svolge la sua attività di profeta fra questi deportati che, sconfitti e avviliti, vanno ripetendo: «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti» (Ez 37,11). Si sentono cadaveri senza vita, anzi peggio, scheletri rinsecchiti, corrosi, consumati dai molti anni trascorsi nella tomba dell’esilio.

È dunque tutto finito? Le promesse di benedizioni fatte ad Abramo sono state rese vane dai peccati del popolo? Certo nessuno potrà ormai ridare vita a Israele, ridotto a un’immensa distesa di ossa aride, sparse nella pianura e nelle valli del Paese dei due fiumi (Ez 37,1-3).

In questo contesto storico Ezechiele annuncia il prodigio inaudito che il Signore sta per compiere: Dio ridarà vita a quelle ossa disseccate, risusciterà gli israeliti a nuova vita, aprirà i sepolcri in cui sono stati deposti, li farà uscire dalle loro tombe e li ricondurrà nella loro terra (vv. 12.13).

Questa profezia non si riferiva alla risurrezione dei morti come la intendiamo noi, ma al ritorno in patria dei deportati. Tuttavia, nei secoli successivi, essa fu oggetto di studio e di riflessione da parte dei rabbini, acquistò grande importanza e contribuì a far sbocciare l’idea che, alla venuta del messia, tutti i giusti sarebbero ritornati in vita per partecipare alla gioia del nuovo Regno.

Ovunque entra lo Spirito del Signore, lì giunge la vita. È accaduto all’inizio del mondo quando Dio, dopo aver plasmato l’uomo dalla polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7). Questo spirito di vita ancora oggi continua a operare in ogni situazione di morte: quella degli odi e dei rancori atavici fra popoli, delle incomprensioni e dei dissidi familiari, delle divisioni nella comunità. Nulla è irrecuperabile per lo Spirito del Signore, egli può ricomporre e ridare vita anche a ossa inaridite.


Seconda lettura (Rm 8,8-11)

Fratelli, 8quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
10Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. 11E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Tutti gli uomini muoiono. La vita biologica che hanno in comune con gli animali non dura per sempre. Anche Gesù, essendo uomo come noi, è morto, doveva morire. Ma è risorto. Perché è accaduto? Cosa lo ha fatto risuscitare?

Nella lettura di oggi Paolo risponde: egli possedeva in pienezza lo Spirito di Dio, cioè, aveva in sé la vita di Dio che non può morire.

La vita dell’uomo ha un inizio e ha una fine, quella di Dio no, egli non è nato e non muore. Gesù aveva in sé questa vita divina e quando un giorno si è conclusa per lui la vita materiale, lo Spirito di Dio lo ha fatto risorgere, lo ha introdotto nella gloria del Padre.

Paolo continua: anche noi che abbiamo ricevuto nel battesimo il suo stesso Spirito, la sua stessa vita, non possiamo più morire. Avrà termine la nostra vita in questo mondo, ma non sarà la fine di tutto, lo Spirito che risuscitò Gesù e che abita in noi darà vita eterna ai nostri corpi mortali.


Vangelo (Gv 11,1-45)

In quel tempo, 1un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
4All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».

5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: 34«Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Il racconto della rianimazione di Lazzaro è molto lungo, eppure la parte dedicata al miracolo è brevissima, due versetti soltanto (vv. 43-44); il resto è costituito da una serie di dialoghi che hanno lo scopo di introdurre il lettore nel livello più profondo del testo, là dove si può cogliere il vero significato del segno operato da Gesù.

Ho parlato di rianimazione di Lazzaro, non di risurrezione perché un conto è ritornare in questo mondo, riprendere questa vita materiale ancora segnata dalla morte e un altro è lasciare definitivamente questa vita e, come è successo a Gesù nella Pasqua, essere introdotti nel mondo di Dio dove la morte, nessun tipo di morte, ha più accesso. Riportare di qui è rianimare, condurre di là è risorgere.

Fatta questa precisazione, accostiamoci al brano cominciando a rilevare alcune incongruenze e alcuni dettagli poco verosimili. Nella pagina di cronaca di un giornale, dove la notizia deve essere riferita il più fedelmente possibile, ci sorprenderebbero, nel vangelo di Giovanni invece costituiscono indizi preziosi: orientano verso il messaggio teologico del racconto. Provo a elencarli.

- Nei primi versetti (1-3) compare una famiglia piuttosto strana. Non ci sono i genitori, non si parla di mariti, di mogli, di figli, ma solo ai fratelli e sorelle.

- Nel v. 6 è riferito un comportamento inspiegabile di Gesù: viene a conoscenza che Lazzaro sta male e, invece di andarlo a curare, si ferma per altri due giorni; sembra proprio che lo voglia lasciar morire. Perché non interviene?

- Poco dopo fa un’affermazione sconcertante: «Lazzaro è morto e io sono contento di non essere stato là» (v. 15). Come può rallegrarsi di non aver impedito la morte dell’amico?

- Altra difficoltà: in quel tempo non c’erano telefoni; come ha fatto Marta a sapere che Gesù stava arrivando (v. 17)? E, mentre lei va a chiamare Maria (v. 28), che cosa fa Gesù fermo sulla strada? Perché aspetta che sia Maria a uscire da Betania e ad andare da lui? Noi non ci saremmo comportati in questo modo: ci saremmo immediatamente diretti alla casa del defunto per porgere le condoglianze.

- Nei vv. 25-26 viene riportata una frase di Gesù non facile da interpretare: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà e chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». Come fa a promettere che il suo discepolo non morrà mai quando noi constatiamo che i cristiani muoiono come tutti gli altri? Cosa intende dire?

- Al v. 35 si dice che Gesù piange per la morte dell’amico. Come si spiega questo suo comportamento, se già sa che poi lo risusciterà? Sta fingendo?

- Infine: la famiglia di Betania scompare senza lasciare alcuna traccia nel vangelo di Giovanni e non compare più in tutto il resto del Nuovo Testamento. Dove sono finite queste tre persone tanto care a Gesù?

È strano anche il fatto che un miracolo così clamoroso non sia neppure menzionato dagli altri evangelisti.

Questi particolari sono il segno inequivocabile che Giovanni ha voluto offrire ai suoi lettori non il freddo resoconto di un fatto, ma un denso brano di teologia. Prendendo spunto da una guarigione che aveva suscitato una notevole impressione perché il malato era ritenuto morto, l’evangelista ha affrontato il tema centrale del messaggio cristiano: Gesù, il Risorto, è il Signore della vita.

Cominciamo dal significato che Giovanni intende attribuire alla famiglia di Betania, composta soltanto da fratelli e sorelle. Rappresenta la comunità cristiana dove non sono ammessi né superiori né inferiori, ma solo fratelli e sorelle. Un intenso clima affettivo unisce queste persone a Gesù. L’evangelista sottolinea con insistenza l’amicizia del Maestro con Lazzaro (vv. 3.5.11.36). È il simbolo del profondo legame fra Gesù e ogni discepolo: «Non vi chiamo più servi - dirà durante l’ultima cena - ma vi ho chiamato amici» (Gv 15,15).

In questa comunità accade un fatto che sconcerta, pone di fronte a un enigma insolubile: la morte di un fratello. Che risposta dà Gesù al discepolo che gli chiede se questo tragico evento può avere un senso? Chi vuole bene a un amico non lo lascia morire. Se era amico di Lazzaro ed è nostro amico, perché non impedisce la morte?

Come Marta e Maria anche noi non comprendiamo perché egli «lasci passare due giorni». Da lui ci aspetteremmo, come segno del suo amore, un intervento immediato. Il velato rimprovero che gli muovono le due sorelle è anche il nostro: «Se tu fossi stato qui, nostro fratello non sarebbe morto» (vv. 21.32).

La morte di una persona cara, la nostra morte, mettono a dura prova la fede, fanno sorgere il dubbio che egli «non sia qui», che non ci accompagni con il suo amore.

Lasciando morire Lazzaro, Gesù risponde a questi interrogativi: non è sua intenzione impedire la morte biologica, non vuole interferire nel decorso naturale della vita. Non è venuto per rendere eterna questa forma di vita, ma per introdurci in quella che non ha fine. La vita in questo mondo è destinata a concludersi, è bene che finisca.

In questa prospettiva andrebbe riconsiderata la validità del rapporto che tanti cristiani hanno instaurato con Cristo e con la religione. Quando questa si riduce a pressanti richieste di interventi prodigiosi, sfocia inevitabilmente in crisi di fede e nel dubbio che «egli non sia qui» dove ci aspetteremmo che fosse, dove più abbiamo bisogno di lui: nella malattia, nel dolore, nella sventura.

Il dialogo con i discepoli (vv. 7-16) serve all’evangelista per mettere sulla loro bocca le nostre incertezze e le nostre paure di fronte alla morte. È la reazione dell’uomo, che teme che essa segni la fine di tutto.

È questa paura il nemico più subdolo del discepolo. Chi teme la morte non può vivere da cristiano. Essere discepoli significa accettare di perdere la vita, donarla per amore, morire come il chicco di grano che, solo se è posto nella terra, porta molto frutto (Gv 12,24-28).

Nelle parole di Gesù, la morte è presentata nella sua giusta prospettiva. Egli afferma di essere contento di non aver impedito quella dell’amico Lazzaro (v. 15) perché per lui la morte non è un evento distruttivo, irreparabile, ma segna l’inizio di una condizione infinitamente migliore della precedente.

Siamo così giunti alla parte centrale del brano, il dialogo con Marta (vv. 17-27).

Lazzaro già da quattro giorni è nel sepolcro. In quel tempo si riteneva che, nei primi tre giorni, la persona non fosse ancora completamente morta. Solo al quarto giorno la vita l’abbandonava in modo definitivo. Giovanni non vuole informarci sulla data esatta del decesso, vuole dirci che Lazzaro era morto e basta. È la premessa necessaria alla domanda cui vuole dare una risposta: cosa può fare Gesù per chi è realmente e definitivamente morto?

Nel dialogo che segue, Gesù conduce Marta a capire che senso abbia la morte di un discepolo (di un fratello della comunità cristiana).

«Se tu fossi stato qui» è la dichiarazione di resa dell’uomo di fronte a un evento che lo supera, che si fa beffe dei suoi sforzi per respingerlo. È anche l’espressione del dubbio che nella morte Dio sia assente. Se Dio esiste, perché la morte?

Marta appartiene al gruppo di coloro che, a differenza dei sadducei, credono nella risurrezione dei morti. È convinta che, alla fine del mondo, suo fratello Lazzaro ritornerà in vita assieme a tutti i giusti e prenderà parte al regno di Dio.

Questo suo modo di intendere la risurrezione (simile forse a quello di molti cristiani di oggi) non consola nessuno. È troppo lontana e non ha alcun senso. Perché Dio dovrebbe far morire per poi riportare in vita? Perché far aspettare tanto? E come può l’anima rimanere senza il corpo? Infine, una simile risurrezione è poco credibile: se una persona muore, Dio può certo ricrearla, ma, in tal caso, farebbe un clone, non la persona di prima.

Il cristiano non crede in una morte e poi in una risurrezione che avrà luogo alla fine del mondo. Crede che l’uomo redento da Cristo non muore.

Vediamo di capire questo messaggio nuovo e straordinario che Gesù annuncia a Marta. Egli dichiara: «Chi crede in me non muore» (v. 26). Che significa? Come può non morire una persona che noi vediamo spirare e diventare un cadavere? Per spiegarci è necessario ricorrere a paragoni.

Tutta la nostra esistenza è caratterizzata da uscite e da entrate: usciamo dal nulla ed entriamo nel grembo di nostra madre. Compiuta la gestazione, usciamo per entrare in questo mondo caratterizzato da tanti segni di morte. Sono forme di morte la solitudine, l’abbandono, la lontananza, il tradimento, l’ignoranza, la malattia, il dolore. La nostra vita qui non è mai completa, è sempre soggetta a limiti. Non può essere questo il mondo definitivo, il nostro destino ultimo; per vivere in pienezza e senza morte, dobbiamo uscirne.

Supponiamo che nel grembo di una mamma ci siano due gemelli che possono vedere, capire, parlarsi durante i nove mesi della gestazione. Essi conoscono solo il loro piccolo mondo e non immaginano come sia la vita fuori. Non sanno che le persone si sposano, lavorano, viaggiano, non hanno idea che esistono animali, piante, fiori, spiagge. Conoscono solo la forma di vita di cui hanno esperienza.

Passati nove mesi il primo gemello nasce. Colui che è rimasto, ancora per breve tempo, in grembo alla madre, certamente pensa: «Mio fratello è morto, non c’è più, è scomparso, mi ha lasciato...» e piange. Ma il fratello non è morto. Ha solo lasciato una vita ristretta, breve, limitata ed è entrato in un’altra forma di vita.

Il discepolo - spiega Gesù a Marta - non sperimenta affatto la morte, ma nasce a una nuova forma di vita, entra nel mondo di Dio, prende parte a una vita che non è più soggetta ai limiti e alle morti, come accade invece su questa terra. È una vita senza fine. Di più non possiamo dire perché, se la descrivessimo, non faremmo che proiettarvi le forme di questa. Rimane una sorpresa che Dio tiene in serbo: «Occhio non vide, orecchio non udì, né mai è entrato in cuore di uomo, ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).

Nella prospettiva cristiana, dunque, la vita in questo mondo è una gestazione e la morte è verificata da chi rimane, non da chi muore.

A questo punto siamo in grado di comprendere la ragione per cui Gesù si rallegra di non avere impedito la morte di Lazzaro. Egli la vede nell’ottica di Dio: come il momento più importante e più lieto per l’uomo. Giustamente i primi cristiani chiamavano «giorno della nascita» quello che per gli altri uomini è il giorno funesto in cui si tuffano nel nulla.

Celebre è la sentenza di Lao-Tze: «Ciò che per il bruco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla». Il bruco non muore: scompare come bruco, ma continua a vivere come farfalla. È un’altra immagine che ci aiuta a capire la vittoria riportata da Cristo sulla morte.

Dopo aver ascoltato le parole di Gesù, Marta pronuncia una significativa professione di fede; riconosce che Gesù è colui che dona questa vita: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio, l’atteso salvatore che doveva venire al mondo» (v. 27).

Non ci soffermiamo sul dialogo fra Gesù e Maria (vv. 28-33) perché nulla aggiunge a quanto già detto. Notiamo soltanto che Gesù non entra in Betania, dove i giudei sono andati a consolare le sorelle. Egli non è venuto per porgere condoglianze, ma per donare la vita e vuole che anche Maria esca dalla casa dove tutti stanno piangendo. Il suo fremito - «si commosse e si turbò» - mostra quanto anch’egli senta profondamente, come ogni uomo, il dramma della morte.

È importante la scena conclusiva (vv. 34-42).

Si apre con il pianto di Gesù. Il cristiano non può dirsi tale se non crede che la morte non è altro che una nascita, tuttavia non è insensibile e non può non versare lacrime quando un amico lo lascia. Sa che non è morto, è felice che viva con Dio, ma è triste perché, per un certo tempo, dovrà rimanere separato da lui.

Ci sono però due modi di piangere: uno è quello inconsolabile e scomposto di chi è convinto che, con la morte, è tutto finito. L’altro è quello di Gesù che, davanti alla tomba, non può trattenere le lacrime. Queste due forme di pianto sono espresse nel testo greco con due verbi diversi. Per Maria, per Marta, per i giudei è usato klaiein (v. 33) che indica il pianto accompagnato da gesti di disperazione; di Gesù invece si dice: edakrusen, che significa: «le lacrime cominciarono a scorrergli dagli occhi» (v. 35). Solo questo pianto sereno e dignitoso è cristiano.

Al pianto segue un ordine: «Togliete la pietra!». È rivolto alla comunità cristiana e a tutti coloro che ancora pensano che il mondo dei defunti sia separato e non abbia comunicazione con quello dei vivi. Chi crede nel Risorto sa che tutti sono vivi, anche se sono partecipi di due forme di vita diverse. Tutte le barriere sono state abbattute, tutte le pietre sono state rimosse nel giorno di Pasqua, ora si passa da un mondo all’altro senza morire.

La preghiera che Gesù rivolge al Padre (vv. 41-42) non è la richiesta di un miracolo, ma di una luce per la gente che gli sta attorno. Chiede che tutti possano comprendere il significato profondo del segno che sta per compiere e che giungano a credere in lui, Signore della vita.

Il grido: «Lazzaro vieni fuori!» è il compimento della sua profezia: «È giunta l’ora in cui i morti udranno la voce del figlio di Dio e vivranno. Tutti coloro che sono nei sepolcri ascolteranno la sua voce e ne usciranno» (Gv 5,25-29). Difatti «il morto», con tutti i segni che caratterizzano la sua condizione, «i piedi e le mani avvolti in bende e il volto coperto da un sudario» (v. 44), esce. «Il morto» - dice il testo. Sì, perché è con il morto, con chi è e rimane definitivamente morto (da quattro giorni nel sepolcro) che Gesù mostra il suo potere vivificante: non riportandolo di qui (questa sarebbe una vittoria effimera, non definitiva sulla morte), ma portandolo con sé nella gloria di Dio.

«Scioglietelo e lasciatelo andare» (v. 44) - ordina infine. L’invito è rivolto ai fratelli della comunità che piangono per la perdita di una persona cara. Lasciate che «il morto» viva felice nella sua nuova condizione. Il veggente dell’Apocalisse la descrive con immagini suggestive: «Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, non vi sarà più morte, né lutto, né grida di dolore. Sì, le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

Ci sono molti modi per tentare di trattenere il defunto: visite ossessive al cimitero (che è come cercare tra i morti colui che è vivo), l’attaccamento morboso a effetti personali, il ricorso ai medium per stabilire contatti... È doloroso essere lasciati da un amico, ma è egoistico volerlo trattenere, sarebbe come impedire a un bambino di nascere. «Scioglilo, lascialo andare!» - ripete oggi, con dolcezza, Gesù a ogni suo discepolo che non si rassegna alla scomparsa di un fratello o di una sorella.

giovedì 26 marzo 2020

Questa riflessione di mons. Canobbio è un interessante spunto per la riflessione in questi giorni così provati.

Saper stare di fronte al mistero

Nel museo civico di Breno (Provincia di Brescia)  è conservata una tavoletta di ardesia sulla quale è raffigurato un giovane che fugge davanti alla morte rappresentata in piedi su un carro trainato da un cavallo nero. Il giovane è rivolto verso la morte, le braccia alzate quasi a difendersi, il volto terrorizzato, ma non si accorge che alle sue spalle si staglia una parete rocciosa, che gli impedirà la fuga. Ineluttabilità della morte, richiamata dalle molte danze macabre che nei territori vicino a Brescia (Clusone, Pinzolo) sono ancora ben visibili. L’immagine di Breno non si sofferma però sull’universalità della morte, bensì sull’inutile fuga di fronte a essa.
Potrebbe sembrare cinismo riferirsi a questa immagine nella situazione che stiamo vivendo, non dissimile da quella che le danze macabre rispecchiavano. Eppure in quella tavoletta si può trovare un ammonimento. La morte insegue e raggiunge: la si vorrebbe programmare, come nel film Il settimo sigillo Ingmar Bergmann ci mostrava, profeticamente, facendola giocare a scacchi con il cavaliere (l’attore Max von Sidow scomparso la settimana scorsa).
Profeticamente, perché nel 1957, anno di uscita del film, non si era ancora giunti a ipotizzare di prolungare la vita umana fino a cinquemila anni o a sconfiggere la morte definitivamente. Eventualmente si incominciava ad occultarla: la memoria delle devastazioni belliche era ancora troppo viva, e il fervore della ricostruzione tentava di nascondere il nemico che aveva provocato tanto dolore. Forse non è un caso che in questi giorni risuoni frequentemente l’espressione “Siamo in guerra”, e si ritorni a parlare di trincee, di fronti. Le parole che si usano portano in sé memorie sopite e perfino appositamente nascoste. Sì, siamo in guerra.
Ma il nemico che si è presentato non è il virus, bensì la morte. Ed è con questa che si devono fare i conti. I canti alle finestre, gli applausi agli operatori sanitari, i lumini accesi sui balconi, sono tentativi per dichiarare che “ce la faremo”. Rischiano però di far dimenticare che il carro avanza ineluttabile e svela la nostra nativa fragilità. Prendere consapevolezza di questa aiuta a diventare sapienti, cioè capaci di riscoprire che le nostre parziali vittorie non sono ancora la vittoria. Questa ci può essere solo donata dalla Fonte della vita, alla quale siamo invitati ad affidarci. Poterlo fare è grazia, perché ridona forza alla speranza e fa rinascere coraggio.
Ed è grazia anche capire che quanto sta accadendo non è castigo di Dio. L’idea del castigo si sta diffondendo, purtroppo. E nasce da una concezione di Dio giustiziere, che tratta i suoi figli secondo i meriti. Innegabile che siamo tutti, chi più e chi più più, peccatori (Papa Francesco non si stanca di ricordarlo), ma Dio, come si è fatto conoscere in Gesù, è anzitutto preoccupato che i suoi figli possano vivere in pienezza: la prassi di Gesù è risanatrice, non punitrice.
Quando i discepoli domandano a Gesù se un uomo sia cieco a causa dei peccati suoi o dei genitori, Gesù risponde che non è questo il motivo della malattia; la malattia è occasione affinché si manifesti la gloria di Dio mediante la guarigione che Gesù stesso opera; questa culmina però nell’incontro con la Luce, che è Gesù stesso. Da Lui si può attingere luce anche in questa situazione. Tuttavia senza scorciatoie: la fretta di capire crea illusioni. Chi frettolosamente dichiara che quanto stiamo vivendo è castigo di Dio dimentica il limite umano che stiamo sperimentando. Saper stare di fronte al mistero, che solo gradualmente si dipana, è occasione per consegnarsi al Mistero. Ed è sapienza.

Giacomo Canobbio